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Società Civile

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mondo_strizzatoHo la sensazione di vivere sul set di un film orwelliano, nello svolgimento di una scena anche improbabilmente reale, con l’astratta certezza che una volta terminata la recita si potrà tornare al back stage del set ed infine, all’uscita dagli studios, nella realtà così rassicurante e diversa che è il mondo vissuto da una moderna società.

Invece no! Da quando ho cominciato a coltivare il sospetto che un complotto immane venga ordito da pochi ai danni di una popolazione pressoché mondiale, mi sono destabilizzato nei pensieri, almeno quelli rivolti alla società reale, e sono in continua ricerca di conferme che facciano chiarezza sulla realtà romanzesca che mi sembra di vivere.

Nel trattamento teatrale di Carmelo Bene intitolato “Lorenzaccio” viene descritta una scena che ritengo un vero capolavoro assoluto: Lorenzino di Pier Francesco de’ Medici, prima di assassinare lo zio Alessandro, ha un’occasione precedente per anticipare l’attentato, e ciò avviene durante la celebrazione di una parata trionfale dello zio, quando con foga sciagurata e scoordinata tenta di pugnalarlo mentre lo accompagna a cavallo in mezzo alla folla.  Il fendente non colpisce la vittima soltanto perché Alessandro viene fortuitamente spostato da uno scarto improvviso del cavallo e rimane ignaro del gesto che lo avrebbe voluto morto.

 

Il fascino imperdibile dell’azione è narrato dagli involontari spettatori che hanno assistito all’incredibile azione di cruenta e fallita violenza, ma questi sono pochissimi in confronto alla massa del popolo che ha invaso le contrade di Firenze per festeggiare il proprio Signore.

Il contesto drammatico viene perfezionato dalla descrizione di Alessandro che abbraccia il nipote incredulo e lo attira accanto a sé per renderlo partecipe delle ovazioni di cui egli è destinatario.

Tutta Firenze si allieta per il valore e per il carisma dello zio e del nipote del nobile e valoroso Casato, tutti quanti meno i pochi sbigottiti che si sono casualmente trovati attorno all’avanzare dei cavalli.

Quei pochi hanno visto, ma rimangono attoniti e non hanno nemmeno il coraggio di raccontare, anche perché non sarebbero presi per attendibili e finirebbero per passare nella schiera dei complottisti.

I complottisti hanno sempre un po’ dell’invasato e del credulone, ma a poco a poco vedo che stanno emergendo; essi sono sempre più sopportati da personaggi eminenti nei campi della filosofia, delle scienze sociali, politiche e sopratutto economiche; si schierano ormai al loro fianco fior di docenti, ricercatori, esperti in comunicazioni, tecnici scientifici, giornalisti.

Nascono associazioni, movimenti, tavoli di discussione e forum di conferenze permanenti che cercano di guardare e leggere i fenomeni geopolitici ed economici con uno spirito critico quasi sempre avulso da ideologie e da schieramenti di fede politica.

I complottisti sono ancora pochi, in percentuale, ma stanno riflettendo su come masse di popolazioni socialmente e culturalmente evolute, stiano inneggiando con ottimismo e con fiducia ai governanti delle regioni maggiormente potenti dell’intero globo, proprio mentre stanno crollando i modelli di governo e di crescita che gli stessi padri fondatori dell’attuale “governo mondiale” hanno implementato come riferimento di evoluzione sociale.

Appare sempre più chiaro che l’idea di crescita delle società non è più compatibile con le capacità del nostro Pianeta.

Da una parte assistiamo alle prime avvisaglie delle conseguenze catastrofiche che verranno generate da un indiscriminato e scellerato sfruttamento delle risorse naturali, ipotecando già quelle che dovrebbero rimanere a disposizione delle generazioni a venire.

Da un’altra parte abbiamo sotto gli occhi le concentrazioni di grandi e grandissime ricchezze nelle mani di pochi uomini che sembrano non avere mai soddisfatto il loro desiderio di averi e di potere.

Gli uomini di grande potere economico si riuniscono in associazioni corporative con lo scopo di organizzare strategie di azioni a loro favore, come se il resto del mondo fosse un gregge senza diritti democratici, e poi dettano legge e direttive sugli apparati politici, i quali sono ormai proni perché presenti nelle stesse corporazioni e perché legati a doppia mandata con il cappio delle economie insediate dagli organi di gestione bancaria.

L’abbraccio tra le grandi banche ed i grandi gruppi multinazionali fa sì che vengano polverizzate e calpestate le istanze democratiche delle popolazioni e ciò che succede di peggio è che l’azione di questi gruppi decisionali non ha nulla di umanamente giustificabile e di compatibile con l’ambiente.

L’economia “del fare” come spinta verso una sconfinata ed insopportabile crescita, per un pianeta che invece è certamente finito e quantificabile nelle risorse, non guarda in faccia all’etica ecologica, mentre l’altra faccia dell’economia, quella monetaria, si è inventata un’altra scelleratezza che torna molto utile ai soliti pochi eletti, e cioè l’economia formata sul debito, dove il denaro diventa virtuale per indebitare i soggetti singoli, le imprese ed infine anche gli stati.

In un tale contesto le banche centrali emettono denaro creato dal nulla e distribuiscono tale denaro sotto forma di titoli di stato e, per conto degli stati, si ricomprano gli stessi titoli incassandone anche gli interessi e creando ulteriore ricchezza inesistente, così da soccorrere l’erario delle nazioni sempre più indebitate, ma creando contemporaneamente una spirale mortale per tutti poiché non ci sarà mai in circolazione il denaro sufficiente per pagare i crediti che le banche si sono assegnati con la complicità della politica.  

Ora questi concetti appaiono semplificati, ma davvero sono anche verificabili da parte di ciascuno, a condizione che non ci si ostini a delegare con infinita fiducia coloro che hanno l’immagine maggiormente supportata dai media (che sono un’altra espressione del potere).

Ecco, detto così sembra tutta una bufala complottistica: però ciò che di tremendo emerge infine è il comportamento delle masse e l’inerzia immane che si incontra nel tentare di deviare la corsa dei buoi verso il burrone.

L’uomo della strada non è pronto ad affrontare e a praticare una svolta che faccia passare la società da un’economia competitiva ad un’altra basata sulla necessaria solidarietà: il potere è nelle mani delle società ricche e queste non sono disposte a cedere una parte del loro tenore di vita in favore di quelle meno fortunate: tale prospettiva diventa ogni giorno più importante e non per buonismo, ma per una vera necessità di sopravvivenza.

La globalizzazione, ormai dovremmo averlo imparato, non consente forti diseguaglianze sociali, ma come si farà mai se comprendere tale concetto risulta difficile anche alle sinistre che, in nome del lavoro, si ostinano a guardare alla competizione economica come unica risorsa per il futuro?

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